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Francesca Sperandeo - Enrico Bronzi

Franz Schubert - Dmitri Shostakovich


Franz Schubert  - Dmitri Shostakovich
Francesca Sperandeo - Enrico Bronzi

Franz Schubert - Dmitri Shostakovich



L'album

Nella Sonata per Arpeggione di Franz Schubert, composizione del 1824, si avverte una certa ambiguità, un'ambivalenza tra un tono alto, profondo, e una giocosità, una leggerezza danzante. Vi si percepisce un vago sentore modaiolo, alla maniera viennese, dove è il gusto binario della polka, più che il ternario aroma del walzer ad affiorare in modo sottile ma irresist ib ile . Sembra echeggiare qui il motto Hofmannsthaliano"la profondità va nascosta. Dove? In superficie" e a ben vedere l'ispirazione viene da uno strumento "alla moda': l'arpeggione, nato proprio a Vienna e che come molte cose viennesi nasconde qualche spezia esotica, qualche ibridazione. Un violoncello a sei corde, una "chitarra ad arco': dalla sonorità sinuosa e dolciastra, che rappresenta in fondo una tardiva variante delle mille viole da braccio antiche e che avrà vita brevissima, appena trent'anni. La musica è sublime, divisa tra la cantabilità sospesa del secondo movimento che richiama il tono del Lied"Du bist die Ru h111 e il gioco delle Marce militari per pianoforte a quattro mani.
Allusioni belliche stemperate nella grazia dei galloni in tempo di pace, una danza di cavalli lipizzani tra le mura della Spanischer Hofreitschule si insinuano in una musica dalle spoglie forme classiche, dove il molto si può dire con il poco e dove è già iniziato quel gioco sottile e avvelenato del "Kitsch" che contraddistingue la musica della Kakania e che ancora risuonerà nel frastuono dei mortai della prima guerra.
La musica di Schubert è, tra le tante cose, il ponte tra Mozart e Mahler e si strugge enigmaticamente nella dualità tra il rimpianto di un'innocenza perduta che veste ancora i panni della classicità mozartiana, e la forza di un'influenza saturnina, fatta di ombre e lutto. Nella Sonata per Arpeggione la morte sembra assente. Pare solo talvolta di scorgerne l'ombra, tra il leggero fluttuare delle vesti e la conversazione apparentemente convenzionale, ma sul finire resta un dubbio, un'inquietudine. È una pagina che vive di una intrinseca doppiezza, un autentico Giano Bifronte musicale ammantato di uno charme senza uguali.
Una delle prerogative della migliore musica dell'epoca sovietica è quella di riuscire a dire cose nuove ed originali senza recidere il filo chela lega alla sua storia . Un seguace delle avanguardie centro-europee del secolo scorso avrebbe forse potuto guardare con un complesso di superiorità un autore come Dmitri Shostakovich che nel 1934 seguiva pedissequamente tutti i canoni formali della struttura sonatistica ottocentesca più conservatrice, in anni in cui la sonata conservava intatto solo il suo antico nome. Eppure, a ben vedere, la Sonata per violoncello di Shostakovich (in re minore, si badi bene), conserva oggi ancora tutta la sua vitalità e il suo carattere dirompente, che le hanno permesso di entrare da subito nel repertorio di tutti i violoncellisti, a partire da quegli iconici primi esecutori, il dedicatario Viktor Kubatsky, Daniil Shafran, Mstislav Rostropovich, che condivisero il palcoscenico con il compositore al pianoforte. Di tutte le sonate di Shostakovich, quella per violoncello è senz'altro la più eufonica, la meno perturbante. Forse non è sbagliato ricercare alcune ragioni di questo ristabilito equilibrio armonico in una comprensibile reazione al violentissimo scandalo della rappresentazione dell'opera Lady Machbet del Distretto di Mcensk, che nell'anno precedente alla composizione della Sonata rappresentò il momento di massima esposizione di Shostakovich al rischio delle purghe della censura stalinista. Ma tornando al linguaggio della Sonata, la sua vitale energia sembra procedere da un sincretismo di linguaggi armonici di natura diversa. Un autentico bazar in cui troviamo modalità russe arcaiche, tonalità occidentale, modalità asiatiche, polimodalita, tratti di atonalita, forte cromatismo utilizzato in funzione prettamente colorist ica. In un certo senso, una vera musica sovietica ancora prima che russa, in grado di integrare i barbarici modi asiatici con i pallidi bagliori pietroburghesi, i sarcasmi della musica yiddish con l'arcaismo dei modi liturgici della antica Rus, il patetismo del balletto russo ottocentesco con gli echi delle alienazioni del futurism o. Insomma, una modernità che rinuncia al taglio dei ponti conil passato immaginando il futuro come un linguaggio eterogeneo che allarga l'orizzonte ed include invece di censurare. In tal senso potremmo riscontrarvi una similitudine con il sogno utopistico sovietico, che disperatamente tenta di tenere insieme l'est e l'ovest, le ambizioni europeistiche di Pietroburgo ("la più astratta e premeditata città del globo': secondo la fortunata definizione di Dostoevskij) con l'arcaica, severa visione ortodossa della Rus, incarnata dai fermenti panslavisti moscoviti. Insomma, le stesse contraddizioni che permangono ancora oggi nel blocco post-sovietico e che costituiscono l'eterno conflitto d'identità della Russia in ogni tempo.

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Discografia
Francesca Sperandeo
L'artista

Francesca Sperandeo

Francesca Sperandeo esercita una nutrita attività concertistica sia in formazione cameristica che come solista. È la pianista del trio Operacento ed è stata pianista accompagnatrice della classe di violoncello della Internationale Sommerakademie Universität Mozarteum di Salisburgo; è docente di pianoforte al liceo musicale di Portogruaro e presso la Fondazione Musicale S. Cecilia di Portogruaro.Con il trio Operacento (violino, violoncello e pianoforte) ha ottenuto importanti riconoscimenti tra cui il primo premio al Concorso Nuovi Orizzonti di Arezzo, al Concorso Internazionale di musica da camera Alpe Adria di Majano (Udine) e al Concorso Internazionale di Musica da Camera Luigi Nono di Venaria Reale (To), il secondo premio al Concorso Internazionale Rovere d’oro di Imperia. Con il Trio Operacento ha registrato un cd per Radio Tre di brani composti da D. Zanettovich, P. Longo e G. Coral.

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Enrico Bronzi
L'artista

Enrico Bronzi

Enrico Bronzi oltre ad essere professore all’Universität Mozarteum Salzburg affianca l’attività da solista a quella con il Trio di Parma , ensemble che ha fondato nel 1990.; non è solo un attivissimo musicista, ma anche un divulgatore in ambito musicale. E’infatti di trasmettere in modo semplice l’amore e la comprensione della musica, con l’obiettivo di dare a un pubblico sempre più ampio strumenti per favorire un ascolto consapevole della musica e favorire una crescita culturale.
La sua ricca esperienza da solista l’ha portato a imporsi in importanti concorsi internazionali e collaborare con grandi artisti ; per quanto riguarda l’attività concertistica tutte le più importanti sale da concerto d’Europa, USA, Sud America e Australia (Carnegie Hall e Lincoln Center di New York, Filarmonica di Berlino, Konzerthaus di Vienna, Mozarteum di Salisburgo, Filarmonica di Colonia, Herkulessaal di Monaco, Filarmonica di San Pietroburgo, Wigmore Hall e Queen Elizabeth Hall di Londra, Teatro Colon di Buenos Aires) hanno ospitato un concerto di Enrico Bronzi.
Enrico Bronzi suona un violoncello Vincenzo Panormo del 1775.

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